Una traduttrice negli anni ’30: Lucia Morpurgo Rodocanachi

Lucia Rodocanachi - traduttrice negli anni '30
Foto da www.oblique.it

Sono gli anni ’30. In Italia, il dibattito sulla traduzione della letteratura straniera è molto acceso e si colora di implicazioni ideologiche e politiche sotto il Fascismo. Sono gli anni in cui nasce in Italia l’industria delle traduzioni e il compenso di un traduttore è 1000 lire (cifra guadagnata da Pavese per la traduzione di Moby Dick l’anno precedente).

L’Italia traduce più opere straniere di qualsiasi altro paese; al contrario, sono pochissimi gli autori italiani tradotti all’estero. Sono gli anni in cui l’esterofilia è ancora tollerata ma comincia a non essere ben vista dal regime. L’uso di anglicismi, francesismi e germanismi comincia ad essere criticato e viene definito “incosciente servilismo“. Il divieto dell’uso di parole straniere diventerà legge nel 1940.

Cosa significava essere una traduttrice negli anni ’30? Questa lettera è l’inizio della storia della “gentile signora” delle traduzioni.

Lo scrittore azzurro

azzurrodi Daniela Corrado

Le cose son cose, hanno una vita loro,
hanno forme, pensieri, età e persino colore.
Siamo noi a dividere, a costruire barriere ad alzare,
abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore.

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Accadde tutto poco dopo il Premio Strega, quando lessi quello che credo sia rimasto il suo romanzo più conosciuto, Il dolore perfetto, e fu subito amore.

Ricordo che all’università decisi con alcuni amici di iscrivermi ad un corso di scrittura creativa, e fu proprio quella l’occasione in cui lo vidi per la prima volta. All’epoca mi sembrò un momento storico, sì perché Ugo Riccarelli sarebbe arrivato da noi, anonimi allievi di un piccolo corso di scrittura creativa di Pisa, per parlare  della sua esperienza di scrittore, togliendosi da faccende senz’altro più importanti, con il solo scopo di agitare le nostre menti creative.

Ho ancora nel cuore l’emozione di quel giorno. Non potevo credere che stesse succedendo davvero. La gola secca e le mani tremanti non mi impedirono di porgli una domanda a cui lui (ho la scena vivissima nella mia testa) rispose: “non credo che sia serio per una casa editrice pubblicare a pagamento, per cui ragazzi, se vi chiedono soldi, forse è meglio cercare altrove…

Lo rividi ancora, qualche anno dopo, alla presentazione di un suo libro di racconti. Mi sembrò pallido e magro, ma non ci badai più di tanto. Da Il dolore perfetto in poi, lui per me è sempre stato lo “scrittore azzurro” (fate un po’ caso a quante volte e a come usa questa parola nel suo romanzo: magia!).

Consiglio di cuore a tutti i colleghi traduttori che non l’avessero ancora fatto, soprattutto ai non italiani, di leggere almeno uno dei suoi libri; perché se siete, come me, sempre alla ricerca della definizione dell’espressione “scrivere bene”, anche se so che il parlare per frasi assolute non è mai molto apprezzato, devo dire onestamente di averla sorprendentemente trovata nelle pagine dei romanzi e nei racconti di Ugo Riccarelli.

Quando avevo 17 anni volevo fare la scrittrice. Leggevo moltissimo e divoravo di tutto: romanzi, poesie, saggistica, libri d’arte, ecc. Eppure, come molti di voi sapranno, oggi non traduco la letteratura.

Tuttavia, prima che la vita mi portasse per altre strade, avevo deciso di tenere un diario. Vi annotavo moltissime cose, ma più di tutto le idee che mi sembravano adatte alla scrittura del mio futuro romanzo; di cui, ne ero certa, si sarebbe senz’altro parlato. C’era anche un personaggio di nome Sole, seppure ovviamente molto diverso da quello presente nel famoso romanzo di Riccarelli.

In quel diario c’erano tante storie e vite di personaggi, i miei amici più stretti e alcuni professori le hanno lette, ma alla fine un romanzo non l’ho mai scritto. Non ne ho avuto il coraggio.

Dunque, come ho già detto ormai qualche anno fa nei ringraziamenti della mia tesi di laurea, bisogna sempre esprimere riconoscenza nei confronti di chi ha il coraggio di scrivere.

Perché, se ci pensate un attimo, è questo che gli scrittori fanno, quando parola dopo parola compongono storie e mettono in ordine i suoni e pensieri del loro mondo interiore: un atto di coraggio, enorme.

Richiesta preventivo: un passaggio delicato ma essenziale

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diDaniela Corrado

Questo post è dedicato a un argomento che può sembrare in prima analisi banale, ma che non è certo da sottovalutare per chi svolge un lavoro da freelance: mi riferisco alla scrittura del preventivo.

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Giorni fa mi lamentavo su Facebook della richiesta di preventivi per le traduzioni senza dar modo al traduttore di visionare il testo. Ecco, il preventivo, a mio parere, è un passo importante nell’acquisizione del cliente. Attraverso la precisione e la correttezza del preventivo il freelance riesce a parlare di sé, presentare il lavoro che andrà a fare, ritagliare una tariffa “su misura” che meglio si adatti alle esigenze del cliente e, soprattutto, stabilire un primo importante contatto basato sulla professionalità e la fiducia.

Impostare sin dal primo momento una buona comunicazione, ascoltare le esigenze del cliente e ideare un preventivo che soddisfi a pieno sia il professionista, sia chi necessiti di una prestazione professionale è dunque un passaggio delicato ma essenziale.

Perché ho usato il termine “delicato”? Perché l’idea che il cliente si fa di noi, della nostra professionalità e del nostro lavoro passa obbligatoriamente da lì. Se il preventivo non va bene e non soddisfa le aspettative di chi lo riceve, ovviamente la comunicazione si chiude e il lavoro è perso.

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Apro una piccola parentesi: nonostante l’importanza di ascoltare e la buona volontà di realizzare una richiesta siano in cima alla lista delle priorità, bisogna tuttavia ammettere che chi scrive o chiama per ricevere un servizio non sempre ha piena coscienza di ciò che è davvero più adatto al suo scopo, e quasi sempre occorrono le domande “giuste” da parte del professionista per capire come poter pienamente soddisfare le sue necessità:

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Una volta, ad esempio, all’inizio della mia carriera di traduttrice, mi capitò un cliente che necessitava di una traduzione del curriculum, e fin qui nulla di strano. Nella mia ingenuità di traduttrice alle prime armi non mi venne in mente di chiedere al cliente se il curriculum fosse destinato a più aziende con l’obiettivo di ricercare un impiego al di fuori dell’Italia, ad un’azienda specifica con sede in una località determinata, o per la partecipazione ad un bando. Il risultato fu che io lo tradussi in British English per poi vederlo pubblicato sul web in un inglese che, in realtà, era una via di mezzo tra l’American e il British! Una cosa inguardabile, vi giuro. Probabilmente il cliente aveva bisogno di una traduzione in American English, ma aveva omesso di dirmelo (e io di chiederlo) e così, nel tentativo di adattare ciò che io gli avevo consegnato, e che certamente a lui sembrava un po’ troppo pieno di “s” dove invece era sempre stato abituato a vedere delle “z”, decise di fare da sé e modificare la traduzione…

È un esempio banale, ma vi giuro che ci misi del tempo per capire cosa fosse successo, per quale ragione la mia traduzione fosse stata così storpiata, e soprattutto ricordo che con sollievo pensai: “Per fortuna non c’è il mio nome scritto lì sotto…

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Per cui, nella prima comunicazione scritta o telefonica, ancor prima di buttare giù la vostra proposta di preventivo, è importante capire bene cosa “serve”, e non tanto cosa “vuole” chi sta dall’altra parte.

Detto questo, l’abitudine di fare preventivi senza vedere il testo che si andrà a tradurre per me è fuori da ogni logica. Probabilmente è un mio limite, non so. Posso informare il cliente delle mie tariffe in maniera generica, questo sì, ma non posso di certo dirgli quanto esattamente andrà a spendere senza vedere la base del lavoro. Per cercare di spiegare questo mio punto di vista ai clienti, che quasi mai capiscono questa cosa e vogliono sempre semplicemente “avere un prezzo” (possibilmente basso), uso spesso la metafora che io chiamo del “muratore”:

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Se un cliente necessita della ristrutturazione di un appartamento che ha acquistato, il muratore, o chi si occuperà della ristrutturazione, fissa con lui un appuntamento per visionare la proprietà. Sulla base delle richieste del cliente, il budget, la struttura della casa e le misure prese, si andrà poi a proporre un preventivo ritagliato apposta per quel cliente e quella proprietà. Per le traduzioni (ma anche per la creazione di un sito internet, un progetto di grafica, la scrittura di un articolo o una campagna di web marketing)  è esattamente lo stesso procedimento. Non basta avere una richiesta generica per esprimere con precisione una proposta di compenso, occorre poter vedere la struttura e la base del lavoro.

Dal momento che il preventivo è l’accordo iniziale su cui si baseranno non solo i rapporti con il cliente, ma anche i potenziali lavori futuri, è importante tenere aperte le orecchie e le idee per sfruttare questo strumento nel modo più efficace e proficuo per noi e per chi ci contatta. Appena ho un po’ di tempo cercherò di scrivere qualcosa di più specifico, un po’ di tips, su come redigere un preventivo

Perché non applicare i concetti di usabilità e accessibilità anche al Content Marketing?

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di Daniela Corrado

Sempre più spesso sentiamo i grandi guru del marketing consigliare di usare Facebook e i social network in maniera intelligente: pianificando una linea editoriale precisa e strategie di comunicazione targeted oriented.  Cosa significa? È molto semplice. In pratica, si tratta di individuare i pubblici di riferimento (macrocategorie) , ovvero i destinatari  della comunicazione, e procedere a una successiva segmentazione del mercato nel dettaglio (microcategorie). Questo modo di fare, infatti, permette di  focalizzare meglio i contenuti (content) e, per usare una metafora, di indirizzarli a chi “ha orecchie per intendere”.

Eppure, probabilmente condizionata dai miei studi linguistici e in comunicazione pubblica, sono convinta che una comunicazione efficace, oltre a tener conto del target specifico, fattore che influenza notevolmente la selezione e la modalità di erogazione dei contenuti,  debba avere potenzialmente la capacità raggiungere il maggior numero di persone e, se possibile, riuscire a farsi comprendere chiaramente da tutti.

Partendo da questa riflessione, abbastanza semplicistica se vogliamo, mi sono chiesta, anche sulla base degli attuali trend di settore, se sarà mai possibile riuscire a creare, scegliere e organizzare i content  in maniera al contempo rilevante, orientata e globale.

È un’impresa impegnativa, ma non impossibile. E per raggiungere questo scopo, secondo me, è sufficiente ispirarsi a due concetti da tempo presenti in ambito web: usabilità e accessibilità.

Il content marketing prevede la creazione e diffusione di contenuti in grado di attrarre i prospects e trasformarli in customers. Negli ultimi anni si è compresa l’importanza della qualificazione dell’offerta dei contenuti; che non devono soltanto attrarre lettori  e essere ottimizzati per il web, ma dimostrarsi anche affidabili e diversificati. L’affidabilità e la diversificazione, infatti, giocano un ruolo importantissimo nella successiva fidelizzazione dei customers (che a quel punto diventano repeat buyers), e quindi, di rimando, anche sulla percezione della brand image.

In altre parole, chi svolge la funzione di content curator (o editor) ha una responsabilità enorme, sia nei confronti dell’azienda per cui opera (o di se stesso se si tratta di personal brand, come avviene per i traduttori e i freelance), che dei customers. La sua figura, in teoria della comunicazione, è assimilabile a quella dell’opinion leader. È lui, infatti, attraverso i contenuti che edita, ad educare e influenzare i prospects (e molto spesso anche eventuali partner e stakeholder) quel tanto sufficiente a far conoscere e amare il prodotto/servizio che offre e, se la sua strategia comunicativa è di successo, a creare marketing virale (attraverso la condivisione dei contenuti), convincendoti infine che è davvero un piacere fare affari con te e lavorare insieme. Magia? Quasi…

Quali vantaggi allora potremmo trarre dall’implementazione della nostra strategia di content marketing con i concetti di usabilità e accessibilità abitualmente utilizzati nella progettazione di sistemi informativi?

Se lo scopo dell’usabilità è misurare la qualità dell’interazione dell’utente con il prodotto durante l’uso, applicato ai content, questo concetto consentirebbe la creazione, progettazione e organizzazione di contenuti in maniera più efficace, efficiente e soddisfacente. In quest’ottica di miglioramento di qualità e organizzazione dell’informazione, infatti, sono sempre più orientate le modifiche degli algoritmi di Google (in grado, come sappiamo, di influenzare il posizionamento dei siti web) e lo sviluppo di recenti tecnologie e piattaforme legate alla content curation (ad es. Scoop.it, Storify, Pearltrees, Zite, Pinterest, ecc.).

Se, dall’altro lato, l’accessibilità consente che il maggior numero di persone possibile possa accedere ad un prodotto (ad es. attraverso il corretto caricamento di siti web da parte di vari browser o su device differenti), in applicazione al content marketing ciò offrirebbe l’opportunità concreta non solo di allargare il bacino di utenza del target, ma anche di sviluppare una nuova consistente fetta di mercato; quella che attualmente va sotto il nome di mobile content.

In altre parole, investire nell’usabilità e accessibilità dei content, anche attraverso la determinazione di criteri oggettivi a cui fare riferimento, consentirebbe di migliorare notevolmente le proprie strategie e il raggiungimento degli obiettivi.

D’altra parte, se in programmazione web lavorando sul lato server abbiamo un miglior controllo del lato client, perché lo stesso principio non dovrebbe valere anche per il content marketing?

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