Impariamo “l’itagliano”!

di Angela Di Giorno

Gli italiani non sanno usare e comprendere la propria lingua. A lanciare l’allarme è Tullio De Mauro che due giorni fa, durante il convegno “Leggere e sapere: la scuola degli Italiani” del Consiglio regionale toscano tenutosi a Firenze, ha illustrato i risultati del suo studio.  Il più importante linguista italiano deve aver constatato con sgomento che 7 italiani su 10 possiedono un livello minimo di competenza linguistica, ossia con fatica riescono a comprendere un testo di media difficoltà. E ancora con maggiore angoscia deve aver appreso che gli universitari italiani sono agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda le competenze linguistiche.

Già, proprio una grande amarezza. Quella che provo quando penso che negli ultimi tempi l’istruzione e la ricerca (e quindi la cultura) in Italia sono diventate cifre tagliate per far quadrare i conti. E amare sono le considerazioni che questi dati mi suscitano. Nel nostro paese crescono generazioni di adolescenti che frequentano tuguri, invece che scuole, e affollano svogliatamente ogni giorno classi pollaio. Sono molti gli studenti demotivati e non mi meraviglia che gli abbandoni scolastici siano in aumento. La nuova generazione sembra essere assorbita da smartphones, social networks, televisione, cosa che in sé non sarebbe negativa (perché la tecnologia è progresso), se solo i modelli culturali dell’apparenza, proposti dall’era delle immagini, fossero affiancati e controbilanciati dai modelli culturali della riflessione e del pensiero, propri ad esempio della lettura.  Appassionare le nuove generazioni alla cultura, questo sarebbe il compito dell’istruzione. Un compito molto arduo. Si aggirano per il paese nuove figure professionali come gli “insegnanti-cartoleria” che comprano di tasca propria il materiale necessario per fare lezione, gli “insegnanti Giobbe”, che affrontano con pazienza anni di precariato. Eppure ne ho visti tanti dedicarsi con passione a questo lavoro. Ho visto anche tanti temerari aspiranti insegnanti (li chiamerò “supplenti kamikaze”) che come me continuano a sperare che le cose migliorino e, mentre aspettano un concorso latitante per l’ammissione al TFA (la nuova qualifica per l’insegnamento), si districano in una giungla di decreti e riforme che finiscono per svilire piuttosto che motivare (per chi è interessato ecco qui il link dell’ultimo decreto dell’11 novembre). E così, come acutamente canta Simone Cristicchi, la “studentessa universitaria” diventa “laureata precaria”. E purtroppo sempre più diffuso in Italia è anche  il  fenomeno britannico dei NEET (Not in Education, Employment or Training).

Sviliti, frustrati e demotivati sono diventati anche i congiuntivi, le subordinate ipotetiche, la sintassi e il lessico. Per Paolo Di Stefano del Corriere della Sera si tratta di vera e propria “emergenza sociale”, perché padroneggiare la propria lingua “è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività”. A proposito di appassionare le nuove generazioni alla cultura: credo che una delle più interessanti potenzialità degli eBooks sia proprio quella di avvicinare i più giovani alla lettura tramite la tecnologia.

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